Putin, Devasini, Tether
Dalle sanzioni al “dark web” finanziario: la stablecoin agganciata al dollaro che tiene in piedi Russia e Venezuela.
di Luca Ciarrocca
Nicolás Maduro è stato uno dei maggiori artefici del primato globale di Tether. Oggi, con l’ex leader venezuelano detenuto in un carcere di Brooklyn, il ruolo cruciale di questa criptovaluta nell’economia di Caracas torna all’improvviso sotto i riflettori.
Tether si è imposta come lo strumento vitale per PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A.), la compagnia petrolifera statale, permettendole di aggirare le sanzioni dell’Occidente e diventando la valuta di riferimento per regolare le transazioni di greggio. Allo stesso tempo, ha rappresentato un’ancora di salvezza per i venezuelani comuni, travolti dal crollo verticale del bolívar, che negli ultimi 10 anni ha perso il 99,8% del suo valore contro il dollaro (il peso argentino è crollato del 94,5%, la lira turca dell’80%). Come le più diffuse stablecoin, Tether mantiene un rapporto di parità di 1 a 1 con il dollaro statunitense, offrendo quel rifugio dal rischio che alcune monete nazionali non sono più in grado di garantire.
Anche Vladimir Putin ha capito da tempo che l’unico modo per salvare l’economia russa dalla morsa delle sanzioni occidentali era lo stesso: Tether. Così, negli ultimi mesi lo zar del Cremlino, cui fonti del Congresso USA attribuiscono un patrimonio personale di oltre 200 miliardi di dollari, ha cercato un corridoio alternativo per evitare che l’economia russa resti senza ossigeno, costruendo una rete finanziaria invisibile che scorre attraverso i mercati digitali. Al centro di questa rete, sia in Venezuela che in Russia, c’è un italiano: Giancarlo Devasini.
Ex chirurgo plastico, di Torino, terzo uomo più ricco d’Italia proprio grazie alla sua Tether, Devasini non solo vuole comprare la Juventus (ed è per questo che i tifosi di calcio lo conoscono) ma di fatto offre alla Russia un’infrastruttura finanziaria utile a sviare le sanzioni imposte a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina, ripristinando i canali di scambio commerciale con i principali partner, Cina e India.
Pilastro di questa strategia è il “Regime Legale Sperimentale”, una normativa firmata da Putin e diventata pienamente operativa l’anno scorso. La legge ha rimosso il divieto storico sull’uso degli asset digitali, ma con una distinzione. Mentre l’utilizzo di criptovalute resta vietato per i cittadini russi nelle transazioni quotidiane, è diventato il metodo di pagamento ufficiale per le grandi compagnie statali di import-export. È stata la realpolitik di Elvira Nabiullina a guidare questa svolta. La rigorosa governatrice della Banca Centrale di Mosca, nota per la sua avversione verso le monete virtuali, ha capito che con il rublo diventato “tossico” per le banche di Pechino, Ankara e Dubai – terrorizzate dall’esclusione dai mercati globali – l’unica porta rimasta aperta è quella delle stablecoin.
La moneta del nemico
Il cuore di questa beffa tecnologica risiede nel fatto che la Russia, per eludere il blocco dell’Occidente, si è affidata a un gettone digitale che replica esattamente il valore del dollaro, la moneta del nemico. Tether (ticker USDT), che oggi assorbe oltre il 50% di tutte le transazioni mondiali nel comparto cripto, permette a Mosca di muovere miliardi in pochi secondi fuori dai canali tradizionali e bypassando il circuito SWIFT: sono come messaggi su WhatsApp, invisibili ai radar del Dipartimento del Tesoro americano e impossibili da bloccare anche per le banche europee. I fondi vengono inviati alle controparti asiatiche da due nuovi exchange (a Mosca e San Pietroburgo) dedicati al commercio internazionale e convertiti all’istante in yuan o rupie. Questo meccanismo permette al Cremlino di aggirare le sanzioni e di importare microchip e componenti a uso duale, inclusi materiali cruciali per l’apparato militare necessari a sostenere la guerra in Ucraina.
L’oligarca russo
Oltre a mandare avanti la macchina bellica, il sistema è diventato una sofisticata arma di condizionamento politico. Le agenzie di sicurezza occidentali hanno tracciato l’attività di una stablecoin denominata A7A5, attraverso cui, nella prima parte del 2025, sono transitati circa 80 miliardi di euro. Per Washington e Bruxelles c’è un collegamento diretto con l’oligarca Ilan Shor. Attraverso la Promsvyazbank, l’istituto di credito delle forze armate russe già sanzionato, Shor ha utilizzato questi fondi per inquinare il processo elettorale in Moldavia, finanziando proteste e comprando voti per frenare l’adesione del Paese all’Unione Europea, celando i capitali dietro lo schermo dell’Ong “Eurasia”. Il tentativo di bloccare portafogli digitali che possono essere creati e cancellati nel tempo di una singola operazione si è rivelato un flop anche dopo il diciannovesimo pacchetto Ue di sanzioni anti-Russia, varato il 23 ottobre scorso.
Devasini è una figura anomala: enorme capacità di influenza, visibilità limitata. Controlla il 47% di Tether, gigante finanziario con una capitalizzazione di 186 miliardi di dollari. Forbes stima il patrimonio personale di Devasini in 22,4 miliardi di dollari, alle spalle di Giovanni Ferrero e Andrea Pignataro. La sua notorietà è aumentata quando ha sfidato John Elkann con un’offerta da 1,1 miliardi per acquistare la Juventus, respinta perché ritenuta insufficiente. Al suo fianco, alla guida di questa sorta di “banca centrale ombra”, c’è il CEO Paolo Ardoino, il cui pacchetto del 20% in Tether gli ha permesso di accumulare 9,5 miliardi (quinto tra i grandi ricchi italiani). Al vertice della società c’è anche un piccolo manipolo di altri azionisti con il capitale restante: l’olandese Jean-Louis van der Velde, il canadese Stuart Hoegner e l’uomo d’affari britannico Christopher Harborne. Con basi operative tra Hong Kong, Londra e la Svizzera, il quartier generale a El Salvador, Tether opera al di fuori dei confini normativi tradizionali.
Rischio riciclaggio
La Procura federale di Manhattan e il Dipartimento di Giustizia USA monitorano da tempo ogni movimento della società. Le indagini, inizialmente concentrate su sospette frodi bancarie, si sono allargate fino a coprire il ruolo di Tether nel facilitare il riciclaggio di denaro e l’evasione delle sanzioni Usa-Ue. Sebbene Devasini e Ardoino non siano stati raggiunti da provvedimenti personali, un duro report dell’ONU ha descritto la loro stablecoin come lo strumento principale per attività criminali e di riciclaggio nel Sud-est asiatico. Secondo le stime dell’economista Asdrúbal Oliveros, quasi l’80% dei proventi petroliferi del Venezuela viene incassato attraverso token come Tether, Circle Internet Group e Paxos.
Già nel 2021 l’azienda aveva patteggiato 18,5 milioni di dollari con la Procura di New York guidata da Letitia James, la stessa giudice che ha messo sotto accusa Donald Trump per frode civile. Quell’inchiesta aveva svelato come, per lunghi periodi, Tether non avesse riserve sufficienti a coprire i token emessi, avendo prestato centinaia di milioni alla società “gemella” Bitfinex per ripianare perdite occulte. Da allora, Tether ha collaborato con le autorità americane per bloccare decine di portafogli digitali, tra cui alcuni legati al commercio di greggio venezuelano. Una portavoce della società ha confermato che l’azienda rispetta le leggi, operando a stretto contatto con l’OFAC (Office of Foreign Assets Control) «e supporta costantemente le forze dell’ordine congelando gli indirizzi riconducibili ad attività illecite o violazioni delle sanzioni, agendo prontamente in risposta a ogni richiesta legittima».
Trump e il nodo cripto
Il punto chiave di questa vicenda è l’ambiguità dell’amministrazione Trump. Da un lato, il presidente ordina azioni di forza hollywoodiane come il rapimento di Nicolás Maduro o il sequestro di petroliere della flotta ombra russa in partenza dal Venezuela: nessuno - è il messaggio della Casa Bianca - può sfidare il primato militare globale dell’America. Ma Trump negli ultimi mesi è più ostile al suo amico Putin, per via dello stallo in Ucraina. Al fine di distruggere il canale alternativo con cui la Russia tiene in piedi la propria economia, dovrebbe dichiarare guerra al mondo delle criptovalute, soffocandone la liquidità e quanto di innovativo c’è nel settore, ormai alternativo alle monete “fiat” emesse dai governi. La verità è che con la sua stessa famiglia coinvolta a man bassa nei guadagni miliardari in criptovalute - in plateale spregio al conflitto di interessi - un’azione di forza americana contro le monete digitali appare improbabile. I figli Donald Jr., Eric e Barron Trump promuovono World Liberty Financial, la famiglia ha diritto al 75% dei ricavi netti su un business valutato 1,5 miliardi di dollari.
Mentre la “Dottrina Donroe” di Trump riesce a espellere fisicamente gli avversari dalle Americhe e a consolidare il controllo attuale, e forse futuro, su scenari chiave come Venezuela e Groenlandia, il limite di questa prova di forza risiede nella paralisi decisionale di Washington sul fronte cripto, che si traduce in una tolleranza obbligata verso quel “dark web” valutario dove i byte di Devasini garantiscono a Caracas e a Mosca ossigeno finanziario e casse piene, nonostante la propaganda occidentale. La partita decisiva non si gioca più solo nei porti caraibici o tra i ghiacci dell’Artico. Finché i token di Tether, agganciati al dollaro, passeranno di mano invisibili, l’obiettivo di Putin resterà a portata di mano: resistere, evadere e sopravvivere.
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Utopie & Distopie reaches over 12,000 subscribers on Substack, primarily professionals across media, academia, communications, diplomacy, defense, politics, finance, and publishing. As a journalist and author, I have spent years analyzing the intersections of finance, international politics, and global power. In New York, I founded and managed Wall Street Italia, one of the first independent Italian media startups (40 employees), which I sold in 2014.
Publisher and Editor-in-Chief: Italia.co
Latest Book: Terza Guerra Mondiale (World War III), published by Chiarelettere.



Straordinario notiziario relativo a figure poco note al grande pubblico. Resta un mistero perché i governi non prendono provvedimenti restrittivi verso questo traffico di valute. Dobbiamo forse attendere che ne parli Report?