War-a-Lago
Stati Uniti e Israele, patto di ferro per schiacciare l'Iran con l'alibi della bomba atomica.
di Luca Ciarrocca
Le bombe erano ancora calde sui siti di Natanz e Fordow quando i dati tecnici e i rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica hanno cominciato a raccontare una storia diversa da quella propagandata da Washington e Tel Aviv.
In ogni guerra, la narrativa di stato regge giusto il tempo necessario a seppellire i morti, che superano già i 1.200 nell’area del conflitto, compresi centinaia di bambini. Stavolta ha retto ancora meno.
La giustificazione ufficiale dei raid del 28 febbraio è stata la «minaccia imminente» di una bomba iraniana. Donald Trump l’ha ripetuto più volte, Benjamin Netanyahu – vero ispiratore della nuova Guerra del Golfo – l’ha avallata ideologicamente, visto che da trent’anni costruisce la sua carriera politica sullo spettro del nucleare di Teheran.
Eppure, Rafael Mariano Grossi, direttore dell’AIEA, alla domanda diretta se l’Iran fosse a «pochi giorni o settimane» da una testata, ha risposto con un secco «no».
Altro che vicini
La realtà “tecnica” del programma nucleare iraniano era già chiara prima che cadessero i missili. L’Iran possedeva circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento, una soglia che ha fatto scattare tutti gli allarmi occidentali, ma che resta lontana dal 90 per cento necessario per un ordigno militare. Distanza non simbolica: richiede impianti funzionanti, centrifughe operative, una catena produttiva integra. Quella catena era già stata spezzata.
Natanz e Fordow, i due principali siti di arricchimento, erano rimasti gravemente danneggiati dai bombardamenti americani del giugno 2025. Le immagini satellitari mostravano centrifughe inattive e infrastrutture compromesse. L’uranio al 60 per cento giace sepolto nei tunnel di Esfahan a profondità tali da essere considerato inattaccabile persino dalle bombe anti-bunker MOP di ultima generazione. Il 28 febbraio, paradossalmente, l’Iran era più lontano dalla bomba di quanto non lo fosse un anno prima.
Il know-how è un’altra faccenda, e qui sta il punto su cui Netanyahu non ha mai smesso di battere. Le conoscenze tecniche accumulate dagli scienziati iraniani in decenni (nonostante gli assassinii Mossad-CIA di fisici nucleari di Teheran) non si distruggono con i bombardamenti. L’intelligence USA lo ha certificato: il programma di weaponization – l’ingegneria vera e propria di una testata – era stato sospeso nel 2003, ma le competenze erano rimaste intatte.
Gli esperti di non-proliferazione parlano di breakout time, il tempo necessario alla Repubblica Islamica per attraversare la soglia qualora avesse deciso di farlo: prima del giugno scorso, con gli impianti operativi, erano poche settimane per produrre materiale fissile sufficiente e sei mesi per assemblare una testata completa. Dopo quei raid i tempi si sono dilatati.
Ma il sapere non è andato perduto, e chiunque abbia studiato storia della proliferazione nucleare sa che il sapere, una volta acquisito, è la variabile che conta davvero. Il paese che possiede la conoscenza possiede la minaccia, con o senza centrifughe. Ed è su questa potenzialità che si costruisce da anni la strategia di Bibi.
Monopoli nucleari
Un Iran nucleare cambierebbe tutto, e Netanyahu e i suoi sponsor dell’estrema destra messianica al governo sbandierano questa minaccia esistenziale con una ossessività che gli alleati americani faticano ad articolare con altrettanta franchezza.
Un Iran dotato di atomica cesserebbe di essere attaccabile con impunità: diventerebbe interlocutore obbligato delle grandi potenze, potrebbe estendere il proprio ombrello di protezione su Hamas, Hezbollah e gli Houthi senza temere ritorsioni.
Il monopolio nucleare dello stato ebraico nella regione – mai ufficialmente confermato, ma Tel Aviv di fatto possiede oltre 90 bombe atomiche – verrebbe infranto. Israele perderebbe la libertà di azione militare che ha esercitato per decenni. Per Netanyahu questo scenario è intollerabile, e non importa quando e se Teheran decidesse di attraversare la soglia. Ogni anno che passa, l’Iran ricostruisce impianti, forma nuovi ingegneri, accumula materiale. Meglio colpire adesso, con gli Stati Uniti dalla propria parte. E con il duo guerrafondaio Trump-Hegseth al comando.
Il problema è che questa logica porta a un esito che la Casa Bianca non è in grado di valutare. Il 26 febbraio, due giorni prima dell’attacco, a Ginevra si tenevano colloqui mediati dall’Oman. La delegazione iraniana aveva formulato proposte concrete: una pausa pluriennale nell’arricchimento dell’uranio, misure di verifica con ispettori sul modello dell’accordo siglato da Obama e poi stracciato per vendetta da Trump nel primo mandato, l’impegno a non accumulare ulteriore materiale sensibile. Muscat aveva definito un’intesa «alla portata».
L’America, aizzata da Bibi, ha scelto i missili. E siccome a Washington nessuno si è sentito in obbligo di spiegare perché, le motivazioni riguardanti le altalenanti pulsioni dell’uomo di Mar-a-Lago, restano valide.
Confessioni involontarie
Le contraddizioni interne all’amministrazione USA sono, da sole, una confessione. Il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha sostenuto che l’obiettivo americano non fosse il cambio di regime. All’inizio Trump ha esortato gli iraniani a «scendere in strada», promettendo di indicare il momento giusto per rovesciare il governo.
Poi Donald voleva scegliere lui il successore della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso il primo giorno di raid. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di armi che «un giorno avrebbero potuto colpirci», una formulazione che il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer ha demolito con la franchezza del “realista” (quale si definisce): «Non c’era affatto un pericolo imminente».
Per Mearsheimer i raid israelo-americani condotti nel nome della non-proliferazione rischiano di produrre l’effetto contrario, quella bomba che dichiarano di voler impedire. Nessun governo iraniano – qualunque sarà la sua composizione post Khamenei (ora sappiamo che al potere c’è il figlio Mojtaba) – potrà presentarsi alla propria gente rinunciando alla deterrenza nucleare dopo essere stato attaccato mentre trattava. I moderati iraniani, già marginalizzati, sono stati consegnati ai falchi con un argomento difficilmente confutabile: la trattativa non protegge. Solo la bomba protegge. La logica della deterrenza.
Quello che resta, a dieci giorni dall’inizio della guerra, è la distanza abissale tra le giustificazioni offerte e i fatti. La minaccia non era imminente. La diplomazia non aveva ancora fallito. L’obiettivo dichiarato rischia di essere centrato al contrario. Il precedente di Saddam Hussein dell’Iraq del 2003 – menzogne, armi di distruzione di massa mai trovate, paese destabilizzato per generazioni, nessuno mai chiamato a risponderne – è lì.
Netanyahu ha ottenuto la finestra che cercava. Trump ha avuto il suo momento da comandante in capo, ma rischia la presidenza se lo scenario (come appare probabile) andrà verso esiti imprevisti. E gli ingegneri nucleari iraniani superstiti, dispersi in siti di cui nessun satellite conosce le coordinate, continuano a ricordare ciò che sanno.
Mearsheimer nota che il presidente americano «non si cura del diritto internazionale, è un unilateralista che fa ciò che vuole, convinto che la legge sia qualcosa da ignorare ogni volta che lo considera conveniente». Il conto di questa scelta – in vite, in stabilità regionale, in proliferazione nucleare futura – lo pagheranno altri. E tutti noi, alle prese con bollette energetiche, prezzi del petrolio in impennata e rischi di terrorismo.
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Questo mio articolo è stato originariamente pubblicato da Domani, con il titolo “La minaccia nucleare? Non c’era. Così Netanyahu ha “usato” Trump”
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Il mio ultimo libro: L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel (FuoriScena) - Se hai Instagram, guarda qui
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